Wait until Spring (Neon Records #2)

Tra le poche ma interessanti uscite discografiche della Neon Records ci furono anche gli Spring, da Leicester. Il loro unico album uscito nel 1971 si segnala per romantico progressive caratterizzato dal suono del mellotron.

Semplificazioni di menti semplici

In quella remota epoca ante-Shazam capitava di ascoltare canzoni senza saperne né il titolo né l’autore. Fu così per una canzone che accompagnava uno di quei filmati prodotti per riempire gli intervalli tra un programma e l’altro e che era una miscellanea di azioni di grandi cestisti della NBA e immagini di vita quotidiana dell’America dei grattacieli e quella rurale delle piccole cittadine lungo le grandi highways.

Impiegai anni per scoprire che la canzone, scelta senza minimamente curarsi del testo, che niente c’entrava né col basket né con l’America più o meno urbanizzata, era Mandela Day, un brano che gli scozzesi Simple Minds avevano dedicato nel 1989 al leader anti-apartheid sudafricano.

Oramai già in territori molto pop, il gruppo di Glasgow aveva abbandonato  le spigolosità post-punk degli esordi, verso una new wave sempre più edulcorata. E fu un vero peccato.

 

Un serialista concreto

Compositore capace di spaziare dalla musica seriale a quella sacra, Claude Ballif (1924 -2004), studia negli anni cinquanta a Darmstadt con Pierre Boulez, Bruno Maderna, Luciano Berio, Luigi Nono e Karlheinz Stockhausen. Nei primi anni ’60 avviene l’incontro con il  Groupe de Recherches Musicales di Pierre Schaeffer che porterà alla creazione di Étude au ressort e Points, Mouvements,  composizioni nate dalla manipolazione di nastri magnetici.

Futuri inverosimili

“E proteggimi dai lacrimogeni / E dalle canzoni inutili”
A me, orfano dei C.S.I., colpì al primo ascolto quella chitarra fin troppo nota:  era infatti quella di Giorgio Canali che suonò e produsse il disco d’esordio de ‘Le luci della centrale elettrica’ nome dietro il quale si nascondeva il ferrarese d’adozione Vasco Brondi. L’amore per i paesaggi urbani malati e intossicati, paesaggi che si fanno personaggi come in certi libri di J.C. Ballard (vedi ad esempio La mostra delle atrocità) me lo fecero eleggere come mia personale colonna sonora degli anni zero. Un esordio folgorante quel Canzoni da spiaggia deturpata a cui sono seguite prove meno a fuoco: forse troppe le aspettative creatisi attorno al personaggio Brondi o forse l’inevitabile corollario di un mercato, specie quello musicale, all’insegna dell’usa e getta: sovraesposto e spremuto come un limone non è riuscito poi a distillare le poche gocce rimaste da quel folgorante esordio del 2008.

Il teorema del delirio

π – Il teorema del delirio è la pellicola indipendente del 1998 con cui Darren Aronofski si è fatto conoscere sulla ribalta cinematografica prima dei successi di The wrestler, Il cigno nero, Requiem for a dream.Premiato al Sundance festival il film è stato girato in un bianco e nero dalla grana grossa e vanta una strepitosa interpretazione di Sean Gullette nel ruolo del matematico ebreo pazzo che cerca risposte tra le equazioni della borsa di Wall Street e i numeri della Cabala. Grande colonna sonora in cui figurano Clint Mansell (sua anche la colonna sonora del successivo Requiem for a dream), Aphex Twin, Roni Size, Autechre, Massive Attack, Orbital, Gus Gus.

 

Triscaidecafobia

In genere gli ascensori non fermano al tredicesimo piano semplicemente perché non c’è un tredicesimo piano non c’è. Non porta bene il numero 13 così la numerazione passa direttamente dal dodicesimo al quattordicesimo.

Sta lì in mezzo, dove non si vuol mettere il naso la musica dei texani The 13th Floor Elevators, tra i primi alfieri della psichedelia, con il loro garage rock allucinato caratterizzato dal jug elettrificato di Tommy Hall, in pratica un bottiglione suonato a suon di pernacchie che marchierà a fuoco You’re Gonna Miss Me, primo grande successo della band, e dalla voce del  leggendario Roky Erickson, tra le prime vittime del LSD e il cui arresto e conseguente ricovero in  ospedale psichiatrico sancirà di fatto la fine del gruppo. 

La lava e l’elefante

C’è stato un tempo felice in cui MTV Italia non esisteva. C’era invece una più ruspante Videomusic che rimpiango. Non solo per il concerto acustico dei CSI, ma perché in generale riusciva a far passare anche – e scrivo anche perché d’altronde non siamo nel migliore dei mondi possibili – musica decente. Addirittura in un programma come il Roxy Bar di Red Ronnie si riusciva a trovare qualcosa da salvare.
Ricordo che c’erano questi due videoclip simili nella musica e nella regia: uno era Bull in the heather dei Sonic Youth, l’altro era di un gruppo chiamato Uzeda.
Ci volle del tempo per scoprire che questi ultimi erano catanesi, avevano partecipato alle John Peel sessions della BBC (che è ben altro dal Roxy Bar di Red Ronnie), erano riusciti a farsi registrare il disco da Steve Albini e poi a pubblicare con la Touch and Go, una delle più importanti etichette indie degli States. Ma nonostante tutto questo e un tour, quello del 2018, celebrativo del trentennale della band, rimangono dei quasi carneadi .

Cinque dischi in vent’anni, tanta rabbia e una voce, quella di Giovanna Cacciola, che pare sempre sull’orlo del baratro, pronta a cadere in quel cratere che non smette mai di dispensare lava. L’urlo di una terra, quella etnea, continuamente stuprata.

 

Come il soffitto di una chiesa bombardata

Immagino l’anonimo lettore che nella primavera del 2019 leggerà del sottoscritto che nell’estate del ’96 ascoltava Emidio Clementi declamare di come nell’inverno dell’85 ascoltasse un disco di Jim Carroll uscito nell’80, magari in autunno. E tutti e quattro, Carroll, Clementi, lo scrivente e l’anonimo lettore accomunati dall’essersi sentiti, prima o poi, come il soffitto della chiesa bombardata di Wicked Gravity.
Gran personaggio, Jim Carroll, ragazzino cattolico di origine irlandese dal precoce talento letterario e grande scommessa del basket, presto persa per una rapida discesa negli inferi delle droghe, a un certo punto reinventatosi rocker. L’esordio discografico della Jim Carroll Band è del 1980 con Catholic Boy. Jim ha già superato i trent’anni, splendidi i testi e musica nel segno di un trascinante punk-rock sulle orme dell’amica Patti Smith (inevitabile direi, vista la partecipazione al disco di Allan Lanier, compagno della Smith e musicista dei Blue Oyster Cult).

Metempsicosi

A differenza di tanti musicisti diventati più zombie di Eddie degli Iron Maiden a forza di continuare a ripetere se stessi all’infinito c’è chi come Steve Hillage si è reincarnato di volta in volta in forme diverse. In principio furono gli Uriel che nel ’69 diedero alle stampe il loro primo e unico album sotto le mentite spoglie dei fantomatici Arzachel. Quando infatti uscì il disco parte del gruppo era già diventata Egg e il contratto con la Deram non ne avrebbero consentito la pubblicazione. Fu poi la volta dei Kahn, un unico visionario disco nel ’72.
Seguì un tour con Kevin Ayers e poi l’ingresso nella teiera volante dei Gong di Daevid Allen con i gradi di Submarine Captain. Hillage torna sulla Terra dalle imprese spaziali dei Gong quando nel ’77 esplode il punk e partecipa al disco degli Sham 69.
Con l’arrivo degli anni ’80 Hillage passa dietro la consolle e produce i dischi di Simple Minds e Robyn Hitchcock. Passa un decennio è torna con la sua chitarra nel seminale album elettronico degli Orb, The Orb’s Adventures beyond the Ultraworld.
Insomma una vita musicale sempre in continuo movimento nel segno della più genuina scuola di Canterbury.

Il pomo della discordia

“Tanto io non ho speranza / io ho fede”
Un disco che  è unanimemente considerato come l’anello debole o addirittura debolissimo della discografia dei Massimo Volume. Nonché ultimo disco ufficiale prima dello scioglimento e il silenzio durato fino al 2008. A essere maligni si potrebbe scaricare la colpa su Manuel Agnelli, cantante degli Afterhours e all’epoca molto vicino al gruppo di Emidio Clementi: i due frontman, divenuti  amici,registreranno alcuni reading come Gli Agnelli Clementi e faranno anche un viaggio insieme in India. L’album del 2002 degli Afterhours, Quello che non c’è, ne sarà fortemente influenzato: Bye Bye Bombay, Varanasi baby e Ritorno a casa, con un recitato alla Massimo Volume, lo testimoniano in maniera evidente.
Club Privé, pubblicato nel ’99 e prodotto proprio da Agnelli, arriva dopo una formidabile terna di dischi (Stanze, Lungo i bordi, Da qui). La band cerca vie nuove, in un paio di brani Mimì prova a cantare, ma gli esiti sono altalenanti. Rimangono però perle accecanti: Pondicherry, Privé (impreziositi, questi due brani,  dalla voce di Cristina Donà), Seychelles ’81, Dopo che, Altri nomi.