Alta tensione

Non seguo gli AC/DC da secoli. Tempo fa mi fece sorridere la notizia che uno dei due fratelli Young, Malcolm, era stato sostituito da uno dei nipoti della loro numerosa famiglia di origini scozzesi trapiantata in Australia dagli anni ’50: forse l’inizio di successione ereditaria per una delle piú fortunate sigle del rock? E non sarebbe meglio vedere i nipotini piuttosto che nonno Angus in divisa da scolaretto?

Oggi ho appreso della morte di Malcolm e cosí é doveroso celebrare gli AC/DC: la sigla dei convertitori di corrente con quel mimaccioso fulmine nel mezzo era perfetto biglietto da visita di quel camion carico di elettricitá. Ricordo la cassetta del live di Donington, musica rozza, poco educata, quella che a volte ci vuole per cortocircuitare le orecchie e agitare le braccia.

Dentro di me come l’Alta Marea

Il titolo è solo uno scherzo, non ho intenzione di scrivere di quel cantautore lì, ma di un gruppo, gli High Tide, che in un mondo migliore avrebbe avuto maggior fortuna di quel cantautore lì e che nell’imberbe gioco della traduzione letterale diventano appunto gli Alta Marea.

Un maelstrom sonoro dominato dal violino di Simon House e dalla chitarra di Tony Hill ben illustrato dall’indiavolata cavalcata di Death Warmed Up. Soli due dischi editi dalla Liberty (Sea Shanties, del ’69 e l’eponimo High Tide, del ’70) cui le etichette hard-rock, psichedelia, progressive vanno tutte bene e al contempo tutte strette.

Pier Paolo psichedelico

C’è lo zampino di Pier Paolo Pasolini in Danze della sera, singolo di Chetro & Co., piccolo gioiellino di psichedelia datato 1968. Chetro & Co. era il duo formato da Ettore De Carolis e Gianfranco Coletta.  L’unica incisione del duo è questo singolo il cui testo riprendeva versi di una poesia di Pasolini, intitolata Notturno. La B-side Le pietre numerate era un omaggio testuale alla Milestones di Miles Davis. Singolare l’uso della violaccia da parte di De Carolis, uno strumento ad arco di sua invenzione dal suono simile a quello della gironda provenzale.

La guerra fredda

Il post-punk britannico attecchì rapidamente in Francia e Siouxie fu la madrina riconosciuta della scena locale etichettata come cold-wave. A Lille si formò il quartetto dei Guerre Froide che vivacchiò un paio d’anni al principio degli ottanta: un tour, un album (Cicatrice) e un 12″ eponimo. Tempo di guerra fredda e di blocchi contrapposti, forte l’immaginario del Muro e della capitale tedesca divisa, fresca la lezione della trilogia berlinese di Bowie: il 12″ conteneva l’ottima Demain Berlin che in tempi di Youtube è ritornata a galla dando alla band di Yves Royer, Gilbert Deffais, Patrick Mallet e Fabrice Fruchart la celebrità postuma.

La bellezza convulsiva di Nadja

Licht è il documento sonoro di alcune esibizioni live della formazione degli ALU tenute tra Belgio, Olanda e Germania nel febbraio del 1982. Un interessante punk sintetico ad opera di due vecchie glorie del krautrock, Ludwig Papenberg e Hannes Vesten, titolari dei Sand, band che in vita realizzò il solo ottimo album Golem nel 1974. Gli ALU, nascono quando ai due, che nel frattempo avevano fondato una propria etichetta discografica, si unisce la cantante Nadja Moldt. Scaricata la psichedelia, già intrisa di elettronica, dei Sand fa posto un convulso punk dominato dalla voce allucinata di Nadja. Nonostante le inevitabili pecche dovuta alla registrazione dal vivo merita sicuramente l’ascolto.

 

Una lucertola di nome Gesù

Il losco figuro che me li fece conoscere, mezza vita fa, era esaltato dal loro nome: “Gesù lucertola” cianciava. Ma andava tradotto semplicemente con basilisco, la lucertolina quasi alata capace di camminare sull’acqua. E forse di sguazzare nel sangue della vasca da bagno di Mary, primo atto di un repertorio seriale di nefandazze ora narrate ora sputacchiate dal cantante David Yow già nei seminali Scratch Acid col sodale David Wm. Sims e qui ancora in trio col chitarrista Duane Denison: solo piú tardi la batteria elettronica sarà sostituita da un batterista in carne ed ossa.

Bloody Mary è post-hardcore che vanterà innumerevoli tentativi di imitazione, Nirvana in primis, ma tutti inferiori al modello originale.

Lo sterco del diavolo

Il simbolo del dollaro si trasforma in un infernale quadrupede cornuto. Moolah è termine slang che sta per denaro. Due oscuri musicisti newyorkesi nel 74 registrano a nome Moolah questo unico e disturbante LP Woe Ye Demons Possessed, degno di essere messo a fianco ai coevi dischi di krautrock. Concretismi ed elettronica assortita in questo album che si guadagnerà una menzione nella famigerata Nurse With Wound list. Da ascoltare con attenzione.

 

 

Il cuore è uno zingaro (d’Atlante con un fiore a New York)

Inseriti a torto nel calderone del progressive italico i N.A.D.M.A. (Natural Arkestra De Maya Alta) vantano una discografia composta da soli due dischi: Come uno zingaro di Atlante con un fiore a New York realizzato in studio nel 1973 e un live dello stesso anno, Paura, edito solo nel 2006.

Le radici della musica dei N.A.D.M.A. vanno cercati, non nel prog, ma nel free jazz (dalla Arkestra di Sun Ra ai lavori di Don Cherry con cui il leader dell’ottetto, Marco Cristofolini aveva suonato). Una musica camaleontica che incorpora temi etnici, orientali e africani, senza mai farsi world-music.

Zucche soniche

Zucche piene per la notte d’Ognissanti. La gioventù sonica nel pieno della giovinezza. E’ il 1985, l’anno di Bad Moon Rising, zucca esplosa in copertina, album maledettamente ostico culminante nel finale assassino di  Death Valley ’69 dove al quartetto newyorkese si aggiunge Lydia Lunch.  Ed è l’anno in cui viene registrato il singolo Flower/Halloween.

La B-side, Halloween, una canzone bisbigliata da una morbosa e sensuale Kim Gordon che racconta una storia perversa di abbandono carnale, avrà più fortuna e sarà anche riproposto dai Mudhoney nello split in cui i Sonic Youth reinterpreteranno la celebre Touch me I’m Sick del gruppo di Seattle.

Il sangue di Cristo

Se diffidate delle religioni ma credete nella religiosità ecco un disco di musica sacra: “Jesus’ blood never failed me yet” di Gavin Bryars. In realtà il protagonista di questa storia non è Gavin Bryars e il disco non è stato registrato tra le austere navate di una cattedrale: il musicista inglese, girovagando per le vie di Londra con un registratore per la realizzazione di un documentario captò tra voci e schiamazzi assortiti anche la voce di un ignoto barbone che canticchiava questa canzone nel tunnel della metropolitana.  Pochi secondi dalla forza misteriosa che si prestavano ad essere messi in loop.
When I played it at home, I found that his singing was in tune with my piano, and I improvised a simple accompaniment. I noticed, too, that the first section of the song – 13 bars in length – formed an effective loop which repeated in a slightly unpredictable way. I took the tape loop to Leicester, where I was working in the Fine Art Department, and copied the loop onto a continuous reel of tape, thinking about perhaps adding an orchestrated accompaniment to this. The door of the recording room opened on to one of the large painting studios and I left the tape copying, with the door open, while I went to have a cup of coffee. When I came back I found the normally lively room unnaturally subdued. People were moving about much more slowly than usual and a few were sitting alone, quietly weeping”.
L’idea di Bryars fu allora quella di reiterare quell’unica frase accompagnandola con un crescendo di strumenti. Nacque così questo pezzo eseguito la prima volta nel 1972 e messo su disco per l’etichetta di Brian Eno nel 1975.
Poi nel 1993 Gavin Bryars ricevette una telefonata di Tom Waits che cercava quel vinile ormai introvabile. Quella strana richiesta fu la scintilla che portò alla registrazione ex novo dell’album stavolta esteso a 74 minuti con l’accompagnamento finale dello stesso cantante americano diventato disco dopo disco nume tutelare di tutti i barboni e di tutti gli ubriaconi della Terra.