Era passato sottotraccia e sfuggito ai miei radar questo disco uscito non casualmente il 2 novembre del 2012 in edizione limitatissima, solo 300 copie in vinile. La Morte è una piccola antologia di brani letti da Giovanni Succi (Madrigali Magri, Bachi da Pietra) su un tappeto elettronico ordito da Riccardo Gamondi (Uochi Toki). Nonostante l’eterogeneità degli autori scelti, Jacopone da Todi, Manzoni, Tolstoj, Sartre, Calvino, Manganelli, David Foster Wallace, il disco si mantiene intenso e coeso per tutti i quaranta minuti scarsi di durata che valgono un attento ascolto.
“Quando sento parlare di cultura metto mano alla pistola”. Parole di Hermann Göring in un’epoca dove la cultura era ancora una minaccia per il potere. E una minaccia lo era ancora nell’America reaganiana degli anni ottanta. Quell’America che riuscì ad essere il brodo di coltura in cui si svilupparono band eccezionali. I Mission of Burma furono una di queste: troppo diversi da tutti e troppo distanti dal solito rock per poter sopravvivere a lungo. Formatisi a Boston nel 1978 alla canonica strumentazione chitarra, basso, batteria aggiungevano le manipolazioni elettroniche del misterioso Martin Swope, personaggio che fino all’ultima esibizione della band non comparirà mai sul palco!
Anche il bassista Clint Conley, che si divideva al canto con gli altri due componenti del gruppo, Roger Miller e Peter Prescott, era terrorizzato dal palco, ma non potendo esimersi dal presentarsi davanti al pubblico si rifugiò presto nell’alcol (e la claustrofobica Mica, dall’album Vs del 1982, parla della sua esperienza in un centro di recupero). In bilico tra pop e noise il gruppo durò il tempo di una manciata di singoli, EP e quell’unico LP, Vs.
Nel 1983 si sciolsero ufficialmente per i problemi di acufeni di Roger Miller (già nei barrettiani Sproton Layer e che tornerà poi coi Birdsongs of Mesozoic).
Nel 2011, dopo diciotto anni di silenzio, sono tornati in azione grazie anche alla pubblicità postuma fornitagli dalla cover di Moby della loro That’s when I reach my revolver.
Il 20 agosto del 1968 i carrarmati sovietici entrano in Cecoslovacchia mettendo fine al Pražské jaro, la Primavera di Praga. I The Plastic People of the Universe nascono poche settimane dopo su iniziativa del bassista Milan Hlavsa. Inevitabile il richiamo a Frank Zappa, Plastic People è uno dei brani di Absolutely Free, uno dei vertici delle Mothers of Invention, ma forte sarà l’impronta mitteleuropea della band. Il primo cantante del gruppo è il canadese Paul Wilson, docente di inglese a Praga, reclutato dalla band per tradurre i testi dei Velvet Underground e dei Fugs.
La vita dei PPU sarà un lungo inverno, una vita di clandestinità. Nel 1970 il governo comunista revocherà alla band la licenza per esibirsi e il gruppo dovrà esibirsi in segreto. Alcuni membri saranno addirittura incarcerati nel ’76 dopo un festival con l’accusa di nichilismo, decadentismo e addirittura clericalismo! In difesa dei PPU e degli altri arrestati nel gennaio successivo si schiererà, con altri 246 cittadini, il futuro presidente della Cecoslovacchia, il drammaturgo Vaclav Havel, con la sottoscrizione del documento Charta 77.
L’anno dopo, nel ’78, sarà pubblicato in Francia, e all’insaputa della stessa band il loro primo disco in studio, registrazioni risalenti al dicembre del ’74 e portate all’estero da Wilson nel frattempo espulso dal paese ). Il titolo dell’album, che si richiama scherzosamente i Beatles, è Egon Bondy’s Happy Hearts Club Banned, dove Egon Bondy è il poeta cecoslovacco autore dei testi. Disco forzatamente lo-fi che è una girandola di invenzioni sonore forti anche dell’uso della viola elettrica e del theremin.
1954. Sadako Sasaki è una bambina che sogna di correre. In seguito a un attacco di vertigini le viene diagnosticata la leucemia. Leucemia provocata dalla pioggia nera, le radiazioni liberate dall’esplosione nucleare sulla città di Hiroshima. Sono passati nove anni dal terribile evento ma gli effetti sono ancora devastanti.
Sadako passa quattordici mesi in ospedale. Costruisce gru di carta. Una antica tradizione dice che un desiderio sarà esaudito a chi riuscirà a costruire mille gru di carta. Sadako si aggrappa a quelle gru di carta per quei quattordici mesi di sofferenza e disperata speranza.
I Mono, gruppo post-rock giapponese, mezzo secolo dopo, nel 2004, chiuderanno l’album Walking cloud and deep red sky, flag fluttered and the sun shined con una delicata dedica alla storia di Sadako, A thousand paper cranes, episodio più malinconico del disco.
La vicenda di Sadako, cui è dedicata una statua nel parco della Pace di Hiroshima, sarà anche raccontata dallo scrittore Karl Bruckner nel libro Il gran sole di Hiroshima.
Nell’antica Grecia la trenodia era un tipo di canto funebre. Nel 1960, l’allora ventisettenne compositore polacco, Krzysztof Penderecki compose una sua personale trenodia per le vittime della bomba atomica fatta esplodere nel cielo di Hiroshima il 6 agosto del 1945.
Tren ofiarom Hiroszimy è eseguita da 52 strumenti ad arco, violini, viole, violoncelli e contrabbassi portati ai limiti del registro sonoro: dense masse soniche si abbattono sull’ascoltatore evocando il bagliore dell’esplosione che in pochi secondi cancellò un’intera città.
Ogni anno gli hibakuska, i sopravvissuti alla bomba, sono sempre meno: diventa ancora più doveroso conservare memoria dei troppi momenti in cui l’uomo ha rinunciato ad essere umano.
Tornando al mero discorso musicale Tren ofiarom Hiroszimy è stata utilizzata anche da Stanley Kubrick in Shining e da David Lynch nell’ottavo episodio della terza stagione di Twin Peaks.
Nella primavera del 1942 Tokyo fu bombardata per la prima volta dai B-25 americani. L’operazione Doolittle non provocò molti danni ma dimostrò la vulnerabilità aerea del Giappone. Nel ’44 la storia del raid statunitense fu trasposta al cinema da Thirty seconds over Tokyo. La pellicola, di manifesta propaganda bellica, vedeva tra gli interpreti anche Spencer Tracy, Robert Mitchum e un giovane Blake Edwards che raggiungerà la notorietà non come attore ma come il regista di Hollywood Party e delle varie Pantere Rosa.
La vicenda ispirerà il primo singolo dei Pere Ubu di David Thomas edito dalla Hearthan nel 1975. Il testo, visionario, racconta il bombardamento della capitale giapponese e la follia della guerra. Il retro del singolo è l’altrettanto evocativo Heart of Darkness. Il capolavoro della band di Cleveland, The Modern Dance, uscirà solo nel ’78 ma già questo singolo, da solo, vale più dell’intera discografia di mille altre band.
Flew off early in the haze of dawn in a metal dragon locked in time, skimming waves of an underground sea in some kind of a dream world fantasy
Sun a hot circle on a canopy, ’25 a racing blot on a bright green sea Ahead the dim blur of an alien land, time to give ourselves to strange gods’ hands
Dark flak spiders bursting in the sky, reaching twisted claws on every side No place to run, no place to hide, no turning back on a suicide ride
Toy city streets crawling through my sights, sprouting clumps of mushrooms like a world surreal This dream won’t ever seem to end, and time seems like it’ll never begin 30 seconds, and a one way ride 30 seconds, and no place to hide 30 seconds over Tokyo
Ho scovato in uno dei giganteschi negozi di elettronica di Tokyo un paio di auricolari (A U R I C O L A R I !!) da circa 700 €. Mi piace ascoltare la musica e sono contento se posso ascoltarla con la giusta resa acustica, i bassi come si deve e tutto il resto. Ma rimango basito quando trovo audiofili disposti a spendere cifre spropositate per ascoltare poi cosa? Musica comunque digitalizzata e che ha giá perso quindi la presunta purezza del suono originario? E le imperfezioni dovute alla registrazione? Ai microfoni, agli ambienti, agli esecutori stessi… Vorrei prendere un disco a caso della Japrocksampler, la lista di dischi memorabili del rock nipponico stilata da Julian Cope, farlo sentire all’anonimo acquirente degli auricolari di cui sopra e vedere poi l’effetto che fa! Oppure l’arcinota Tintarella di Luna di Mina eseguita dai noisers Melt Banana.
Ho capito quanto fosse azzeccata l’associazione dell’inferno con il pachinko quando sono entrato in una delle tante sale di Tokyo dedicate al diabolico gioco. Corridoi assordanti di luci intermittenti dove giocatori di ogni età, fianco a fianco, fissano queste piccole sferette metalliche di questi incroci aberranti di flipper e slot-machine.
In the Hell of patchinko è la registrazione di un concerto tenuto a Tokyo nel 1991 dai francesi Mano Negra che, per la loro musica incrocio di generi, coniarono il termine patchanka, titolo tra l’altro del loro esplosivo album d’esordio.
Akira Ishikawa, batterista jazz, classe 1934, compie un viaggio in Africa nel 1970. Comincia a incorporare nelle sue composizioni elementi della musica locale. Dopo alcuni album di transizione Akira registra nel 1972 l’album Uganda accreditato ai Count Buffalo. Kimio Mizutani, alla chitarra, butta benzina sul fuoco delle ritmiche imbastite dalle percussioni e caratterizza questo dai dischi successivi di Ishikawa, piú virati verso il jazz.
Here we are / Stuck by this river / You and I / Underneath a sky that’s ever falling down, down, down / Ever falling down
Metti la cornice di Villa Massimo a Roma. Metti Carsten Nicolai da Berlino, nome d’arte Alva Noto. Metti il maestro Ryuchi Sakamoto e il suo pianoforte. E metti pure Brian Eno e la sua meravigliosa Bythisriver qui presentata dai due musicisti in una versione che ne esalta la scheletrica bellezza. C’è bisogno d’altro?
Through the day / As if on an ocean Waiting here / Always failing to remember why we came, came, came / I wonder why we came
You talk to me / As if from a distance / And I reply / With impressions chosen from another time, time, time / From another time