Sulle mani lordate di sangue di Keiji Haino si coagulano i grumi sonori di un delitto efferato che si ripete continuamente in una discografia sterminata e incerta fatta per lo più di pessime registrazioni live. Una delle catastrofi più imponenti e clamorose è il primo live a nome Fushitsusha, pubblicato nel 1989 ma probabilmente risalente al 1978. Un massacro sonico di quasi cento minuti sul corpo del blues e della psichedelia degli anni sessanta. Scommetto che a Jimi Hendrix sarebbe tanto piaciuto!
I Totsuzen Danball sono un duo, formato dal batterista e cantante Eiichi Tsutaki e dal chitarrista Syunji Tsutaki, che vanta collaborazioni con musicisti del calibro di Fred Frith e Lol Coxhill. Il loro disco Naritatsukana? / Can I? del 1981 è un gioiellino di musica new wave / art-rock. Straniante nella voce e nelle ritmiche continuamente spezzate con una fantastica cover dell’arcinota Ragazza di Ipanema di Vinicius de Moraes e Antonio Carlos Jobim, forse il più celebre brano al mondo di bossa nova. Disco di difficile reperibilità come quasi tutte le produzioni nipponiche ma assolutamente da ascoltare.
Un’aura di mistero circonda molti album di culto nipponici: quando sono stati registrati? Chi erano i musicisti? Chi li ha messi in circolo?
Uno di questi carneadi è fa parte di due LP editi dall’etichetta Voice Records (probabilmente un negozio di dischi di Tokyo). Il primo è Debon dei Brast Burn licenziato nel 1974 oppure nel 1975, l’altro è Alomoni 1985 dei Karuna Khyal. Molto simili nei suoni c’è chi sospetta che dietro ci siano le stesse menti (deviate ovviamente).
Due lunghi flussi sonori che coprono le due facciate del vinile tra psichedelia, musica tradizionale, elettronica.
Un disco da ore piccole quello dei Tolerance, duo femminile nipponico con all’attivo un paio di album per l’etichetta Vanity, Anonym (1979) e Divin (1981).
Masami Yoshikawa alla chitarra e Junko Tange al piano, voce ed elettronica, disegnano sul disco d’esordio paesaggi da sogni disturbati. Il brano JUIN-Irénée pare anticipare certe cantilene pigre di Kim Gordon dei Sonic Youth, il conclusivo Voyage Au Bout De La Nuit omaggia Celine con un suono aspro e insistito che ben evoca il capolavoro dello scrittore francese.
L’associazione mentale furgoncino Wolkswagen = figli dei fiori è assolutamente automatico. E al figlio dei fiori di turno nove volte su dieci si assoceranno connotati scandinavi o nord-europei.
In questo documentario c’è un furgoncino che parte dall’Olanda, girovaga per l’Europa, c’è uno spezzone girato in Italia in pieno periodo elettorale, si spinge fino in India. Contrariamente a quanto ci si aspetterebbe gli allegri passeggeri sono un gruppo di musicisti giapponesi che non cantano di pace e amore ma suonano una musica molto ostica che lambisce territori tra il concretismo e l’avanguardia. Il loro nome, sincera dichiarazione di intenti, è Taj-Mahal Travellers.
Inclusi a buon diritto da Julian Cope nel suo Japrocksampler tra i campioni del rock nipponico hanno al loro attivo tre album costituiti da lunghe jam intitolati semplicemente LiveStockholm July 1971, July 15, 1972 e August 1974. Estremamente lunga e varia invece la discografia del più famoso dell’ottetto, Takehisa Kosugi, violinista, già facente parte del Group Ongaku e collaboratore del gruppo Fluxus.
Uno dei massimi esponenti dell’Anatolian Rock è il chitarrista Erkin Koray, nato nel 1941. Il suo primo singolo è del 1967 ma dovrà aspettare fino al 1974 per esordire sulla lunga distanza: il risultato sarà l’ellepì Elektronic Türküler che fonde psichedelia, progressive e folk turco. I dieci minuti finali di Türkü suggellano un disco che merita di essere recuperato dal dimenticatoio. Buon ascolto.
Pochi giorni fa se ne è andato Pierre Henry, uno dei padri della musica concreta e tra i principali collaboratori dello Studio d’Essai di Pierre Schaeffer. Da lì sono passati quasi tutti i pionieri della musica elettronica e tra questi va annoverata anche Eliane Radigue che vi arriva, poco più che ventenne, nel 1955. Parigina di quel quartiere medievale di Les Halles che oggi non esiste più, iniziata alla musica classica, dai primi esperimenti di musica concreta approderà con gli anni a un minimalismo sempre più personale.
Come L’île re-sonante, una delle sue migliori prove, composta nel 2000 e pubblicata nel 2005.
Ho pescato su Youtube un video dei fenomenali Gong di Daevid Allen, quando nel 1971 parteciparono alla trasmissione Jazz Land della TV francese. La formazione, mancano ancora il batterista Pip Pyle e il chitarrista Steve Hillage è praticamente quella che da lì a poco darà inizio alla saga di Radio Gnome, della Teiera Volante e dei Folletti del pianeta Gong. Folli sarabande in cui si mescolano i suoni di Canterbury, della psichedelia, della West Coast americana a caratterizare la loro musica apolide. E non poteva essere altrimenti per un gruppo capitanato da un australiano di stanza a Parigi.
Alla Turchia di oggi, legata e imbavagliata da Erdogan, dedico questo primo post sulla musica turca degli anni settanta. E comincio con Selda Bağcan. Nata nel ’48, cominciò a cantare durante gli anni in cui frequentava la facoltà di ingegneria ad Ankara. Nel ’71 incise i primi singoli, canzoni per sola voce e bağlava – la tipica chitarra turca – che univano musica tradizionale e temi sociali. Più tardi si avventurò anche in territori più rock. Una voce magnetica capace di dare fastidio al potere: negli anni ’80, durante la dittatura militare, conobbe per brevi periodi anche le famigerate carceri turche e fino al 1987 non fu libera di andare all’estero.
Triste ammetterlo ma è sempre più difficile che le mie orecchie digeriscano la musica sfornata negli ultimi dieci anni. Alcune ricerche dicono che passati i trenta sia normale e d’altronde conosco chi ascolta la solita rumenta che ascoltava venti o trent’anni fa: a ognuno le sue miserie.
Capitano poi belle sorprese come quella di imbattermi in questo trio bretone di jazz scurissimo attivo da una quindicina d’anni e che omaggia già nel nome le atmosfere di Twin Peaks di Lynch – l’agente Dale Cooper è uno dei protagonisti della serie passata e presente – forte delle musiche di Angelo Badalamenti. Alla primigenia fonte di ispirazione si aggiungono suoni di matrice dark-wave spesso accompagnati con interventi vocali ora cupi e profondi alla Swans ora eterei e debitori di molto dreampop anni ’80.
Quattro album licenziati finora e tutti da ascoltare con attenzione: Parole de Navarre (2006), Metamanoir (2011), Quatorze pieces de menace (2013) e il recentissimo Astrild Astrild (2017).