I fantocci di carne

Il massimo successo dei Meat Puppets  è l’album Too High to Die, pubblicato nel 1994 dopo il clamoroso successo del concerto unplugged dei Nirvana che per l’occasione ospitarono i fratelli Kirkwood,  insieme due terzi della band di Phoenix, ed eseguirono ben tre brani dal loro secondo LP, risalente al 1983 e pubblicato dopo un ipercinetico primo EP che condensava cinque tracce nello spazio di complessivi cinque minuti e sedici secondi e un primo album dove stavolta si incrementava il minutaggio ad una media di un minuto e mezzo a brano!

Inseriti a torto nel carrozzone del grunge la loro musica era quella dell’hardcore mediato dal country e dalla psichedelia. Ricordo una intervista dell’epoca in cui dichiaravano che mentre a Seattle c’erano i salmoni, in Arizona c’era il sole che rendeva tutti schizzati. E non si può che convenirne e andarsi a riascoltare quel Meat Puppets II che tanto piaceva a Kurt Cobain.

Due terzi rumore, un terzo pop

Sono passati trent’anni dall’esordio sulla lunga distanza dei Pixies. Prodotto da Steve Albini per l’etichetta 4AD l’album Surfer Rosa è una girandola di ritornelli pop sfregiati dalle trovate sonore del quartetto formato dal cantante Black Francis, dal chitarrista portoricano Joey Santiago, dalla bassista Kim Deal e dal batterista David Lovering. Un disco che negli anni novanta farà scuola a Nirvana e a tanta altra compagnia cantante. Imprescindibile come il resto della stringata discografia dei nostri completata dagli album Doolittle, Bossanova e Trompe Le Monde.

Mezzi cingolati

Ci si ricorda sempre dei Melvins perché erano di Aberdeen, stato di Washington, la stessa città di Kurt Cobain, e dei loro rapporti con i Nirvana: dal batterista Dale Crover, presente in alcune tracce di Bleach, al frontman Buzz Osborne che presentò Krist Novoselic al biondo cantante assurto poi, suo malgrado, ad agnello sacrificale su cui edificare la rumorosa chiesa del grunge. Ma la stessa musica dei Nirvana, specie agli esordi, deve tanto alla lezione dei Melvins, power-trio dal passo cingolato, un carrarmato che marcia da decenni su ritmi sabbathiani come nel paradigmatico EP Lysol del 1992, un unico flusso di trenta durissimi minuti di musica.

Lo scioccante blu

Gli olandesi Shoking Blue si formarono nel 1967 ma giunsero al successo solo dopo l’ingresso in formazione della cantante Mariska Veres. Il singolo Venus nel 1969 conquistò le classifiche europee prima e americane (e le riconquistò negli anni ottanta con la versione dance delle Bananarama). Venus fu inserita anche nell’album At Home che conteneva anche un altro brano Love Buzz che sarà riproposto ottimamente nel 1989 dai Nirvana nell’album d’esordio Bleach.

L’urgenza di un secondo, un quarto di secolo fa

C’era una volta il grunge, Seattle, i cadaveri straziati e mangiati degli Andrew Wood, dei Cobain e dei Layne Staley. C’era un calderone di dischi belli e brutti. Invero pochi reggono al setaccio del tempo trascorso. Tra questi Vs, il secondo disco dei Pearl Jam di Eddie Vedder e soci. Disco diretto e immediato, splendidamente rappresentato dal muso contro la recinzione della pecora in copertina, che preferisco agli anthem di Ten, il disco di esordio, e alla produzione successiva.

Vietato prendersi sul serio

Ogni tanto devo riascoltare il primo disco dei Wolfango, un disco che non pretende niente nel suo ostentato e voluto analfabetismo musicale: autentico grado zero, vero sberleffo punk ad ogni pretesa di catalogaziane e/o classificazione e/o giudizio. Il disco uscito nel 1996 per l’etichetta dei C.S.I. è una sequenza di canzoni in cui gli unici strumenti sono un basso distortissimo e mezza batteria suonata nell’occasione da Bruno Dorella (protagonista anche con gli ottimi Ronin, OvO, Bachi da Pietra). Le voci del bassista Marco e della moglie Sofia più il figlioletto rompiscatole che all’epoca imperversava sul palco a rendere ancora più divertente ed esasperante il tutto. Scorie assortite di Nirvana e CCCP su testi demenziali non è dato sapere se di proposito oppure no.

Atti osceni

Nel 1988 Steve Albini, messa da parte l’esperienza dei Big Black arruola la sezione ritmica dei seminali Scratch Acid,  il batterista Rey Washam e il bassista David Sims e dà vita ai Rapeman: un EP intitolato Budd e un LP, Two Nuns and a Pack Mule, entrambi licenziati dalla Touch & Go, poi lo sciogliete le righe prima di varare gli altrettanto formidabili Shellac.

Spietato negli effetti chitarristici, osceno nei testi, esemplare l’attacco ai Sonic Youth, colpevoli agli occhi del nostro di essersi venduti alla major discografiche con Kim Gordon’s painties, Albini ridisegna i confini del noise e dell’hardcore. C’è già tutto: i Nirvana (che vedranno proprio Albini al mixer per l’album In Utero), i Jesus Lizard, gli Slint verranno solo in seguito.

Una lucertola di nome Gesù

Il losco figuro che me li fece conoscere, mezza vita fa, era esaltato dal loro nome: “Gesù lucertola” cianciava. Ma andava tradotto semplicemente con basilisco, la lucertolina quasi alata capace di camminare sull’acqua. E forse di sguazzare nel sangue della vasca da bagno di Mary, primo atto di un repertorio seriale di nefandazze ora narrate ora sputacchiate dal cantante David Yow già nei seminali Scratch Acid col sodale David Wm. Sims e qui ancora in trio col chitarrista Duane Denison: solo piú tardi la batteria elettronica sarà sostituita da un batterista in carne ed ossa.

Bloody Mary è post-hardcore che vanterà innumerevoli tentativi di imitazione, Nirvana in primis, ma tutti inferiori al modello originale.

Nomen omen (Made in Japan #13)

La genealogia è chiara. Boris è un brano dei seminali ed imprescindibili Melvins (e non mi dilungo sul fatto che senza il trio di Aberdeen non ci sarebbero stati i Nirvana). Boris è il nome scelto da tre ragazzi giapponesi per il loro gruppo e che esordiranno nel 1996 con Absolutego, un’unica traccia di 65 minuti, un flusso di doom nel nome dei padri putativi.