L’uovo con la E maiuscola

Gli Egg sono stati una delle tante grandi band minori uscite da quel crogiolo unico che fu la piccola cittadina di Canterbury. Nati nel 1967 come quartetto a nome Uriel divennero Egg l’anno seguente dopo l’abbandono di Steve Hillage per motivi di studio – i quattro si ritroveranno nel ’69 per registrare, sotto mentite spoglie, l’unico disco degli Arzachel – ed esordirono sulla lunga distanza nel 1970 con l’eponimo Egg. A questo primo album seguì l’anno seguente The Polite Force e nel ’74 The Civil Surface con il gruppo oramai già sciolto e il leader, il tastierista Dave Stewart già impegnato con gli Hatfield And The North.

L’arcipelago sonoro

André Boucourechliev nasce a Sofia, in Bulgaria, nel 1925. Studia a Parigi, in seguito otterrà anche la cittadinanza francese e approfondisce i suoi studi a Milano con Berio e Maderna e negli Stati Uniti con Cage. Più noto come musicologo che come compositore, ha scritto libri su Schumann, Chopin, Beethoven, si è cimentato negli anni ’50 con la musica elettronica in quel laboratorio unico che è stato il Groupe de Recherche Musicale di Parigi. Notevole la serie degli Archipels, composti negli anni sessanta e settanta, e le cui partiture indagano i limiti della libertà espressiva dei musicisti: ogni esecuzione è diversa dall’altra senza però mai cadere nell’aleatorietà.

 

Disegni esplosi

Sono disegni sonori esplosi quelli dei Polvo, l’indie-rock, quello vero, fatto di melodie e distorsioni, proliferato negli anni novanta in ogni angolo d’America. I Polvo provenivano dalla North Carolina tirarono fuori una manciata di dischi incendiari nella prima metà dei nineties salvo poi sparire per una dozzina d’anni fino al ritorno a sorpresa con un paio di ottimi dischi usciti nel 2009 e nel 2013 a conferma di una vena creativa ancora vivissima.

 

Il balletto triadico

Cent’anni di Bauhaus oggi. E non mi riferisco all’omonimo gruppo di Peter Murphy ma alla scuola di arte e design tedesca cui si era ispirato per il nome della band.  Ma la scuola fondata a Weimar da Walter Gropius e che diverrà presto modello per tutta Europa prima dell’avvento del nazismo cercò di rinnovare anche il teatro e la danza lasciandoci in eredità il  Triadisches Ballett, opera coreografica di Oskar Schlemmer su musiche di Paul Hindemith  presentata per la prima volta nel 1922 a Donaueschingen.

 

Pinguini e cose a caso

“I am the proprietor of the Penguin Cafe, I will tell you things at random.” 

L’etichetta Obscure Records Ltd nacque per volontà di Brian Eno nel 1975 per fare luce su musiche oscure. Durò lo spazio di un triennio e una decina di pubblicazioni. Tra queste, nel 1976, l’esordio della Penguin Café Orchestra di Simon Jeffes.

Jeffes, chitarrista, era accompagnato dal violoncello di Helen Liebmann, dal violino di Gavyn Wright e dal piano elettrico di Steven Nye. La musica della creatura di Jeffes, sospesa tra musica rinascimentale e barocca e suggestioni etniche, è qualcosa di assolutamente fuori dai generi e perciò preziosa.

Pare che l’idea del gruppo fosse balenata a Jeffes nel ’72 quando rimase vittima di un’intossicazione alimentare nel sud della Francia. Le cose potevano andare sicuramente peggio!

Il Blitz del Duca

“La gente se ne stava sotto la pioggia di Soho in galloni dorati e copricapo a tamburello, in attesa di entrare. Cosacchi e regine si mescolavano allegramente e il narcisismo era alle stelle. Erano tutti quanti vestiti come sovrani, mentre in realtà si trattava di ex punk che si inventavano i vestiti sulle macchine da cucire della mamma, nelle loro casette di periferia, o nelle case occupate della vicina Warren Street” (Steve Strange, buttafuori del Blitz e cantante dei Visage)
Nate per vivacizzare il mortorio del giovedì sera le Bowie night vivacizzarono le autunnali serate londinesi del ’78 già stanche del punk. Inaugurate nel piccolo club Billy’s si trasferirono nel febbraio del ’79 al più capiente Blitz di Covent Garden. Il Blitz era di fronte alla sede dei Freemassons ed era circondato da sartorie che vendevano abiti da cerimonia massoniche. L’interno era decorato da grandi murali che ricordavano i bombardamenti tedeschi su Londra della seconda guerra mondiale.
Qui si riunivano tutti i punk che, abbandonate le creste, riscoprivano il look del glam tra berretti, divise, fusciacche e trucco a volontà. Il repertorio musicale andava dal cabaret tedesco degli anni trenta di Marlene Dietrich all’elettronica dei Kraftwerk passando ovviamente per quella di David Bowie. Il Blitz divenne ben presto popolarissimo e troppo pieno per contenere tutti: anche Mick Jagger dei Rolling Stone conobbe l’altolà del dispotico Steve Strange. Non gradì l’affronto e se ne andò offeso altrove.
Tra  gli avventori fissi, membri di tanti gruppi più o meno famosi e più o meno degni di essere ricordati. Su tutti, David Bowie in persona che arrivò una sera portando lo scompiglio generale . A fine serata Bowie chiese a Steve Strange di comparire con altri clienti del club nel video che avrebbe girato l’indomani: sono loro quelli che seguono Bowie e a loro volta sono seguiti da un escavatore nel video di Ashes to Ashes.
Colto da tanta popolarità lo stesso Strange, con il compare Rusty Egan e il tastierista Billy Currie (poi Ultravox!), entrò in studio di registrazione e realizzò, con l’estemporaneo moniker di Visage, il singolo Fade to Grey subito balzato al secondo posto delle charts britanniche e al primo in nove paesi stranieri!
“Non molto tempo fa sono stato a Berlino, e attraverso il Muro ho dato uno sguardo a Berlino Est […]; tutto mi appariva cupo e grigio, strano, minaccioso. Subito dopo ho visto un uomo anziano camminare stanco con un bastone. Sì, stanco e deluso dalla vita. È stato in quel momento che l’idea di Fade to Grey aveva preso forma: entrare nella vecchiaia, nell’oscurità, sprofondare nel niente. È questo ciò di cui parla la canzone” (Steve Strange)

L’orrida fucina

“Mi par d’esser con la testa / in un’orrida fucina / dove cresce e mai non resta /  delle incudini sonore / l’importuno strepitar. Alternando questo e quello / pesantissimo martello / fa con barbara armonia / muri e volte rimbombar. / E il cervello poverello / già stordito sbalordito / non ragiona, si confonde, / si riduce ad impazzar.”

Così termina il primo atto del Barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini. E la mia testa, sempre pronta a partire per la tangente, finisce per rotolare in territori lontanissimi, nel tempo e nello spazio, da quelli del grande compositore pesarese e precisamente verso il pianeta Kobaia.

Ideatore della folle saga di Kobaia, pianeta colonizzato da un gruppo di uomini in fuga dalla Terra per fondare una nuova civiltà in cui vivere in giustizia e armonia, è il francese Christian Vander con i suoi Magma. Ogni disco dei Magma costituisce un capitolo della saga dei Kobaiani, la musica è un miscuglio di generi, dal jazz al progressive alla musica classica, dove domina una tensione drammatica creata dal sovrapporsi dei cori e il cui cantato è in Kobaiano, lingua appositamente inventata da Vander e soci!

Dopo un esordio più disordinato e caotico nel 1970, i Magma mettono meglio a fuoco il loro suono con Magma 2 (noto anche come 1001° centigrades) e soprattutto con Mekanik Destruktiw Kommandoh del 1973.
In questo terzo capitolo il protagonista è Nebehr Gudahtt che da Kobaia giunge sulla Terra a portare, inascoltato, le sue parole di saggezza ai terrestri con lo scopo di salvarli dalla tragica fine a cui sono destinati.

Matrilineare

“Se Matrilineare aiutasse alla vita, anche a una sola, credete, sarebbe per tutti un pugno alla paura.”

Così scriveva Massimo Zamboni nel presentare una compilazione di ninne nanne nata da un’idea del Consorzio Produttori Indipendenti e che raccoglieva voci femminili del Consorzio: Mara Redeghieri degli Ustmamò, Valeria Cevolani e Roberta Vicinelli dei Disciplinatha, Ginevra Di Marco dei C.S.I. e quelle meno note di Il Grande Omi, Divine, Eh?, Mira Spinosa, estAsia. Spiccava poi la presenza di Cristina Donà e delle nonne del Coro delle Mondine di Correggio.

“Onori alle basi solide, basta riconoscerle ed accettarle per schivare i rischi, che la vita non riesci a rinchiuderla, quando decide di scorrere.”

Wait until Spring (Neon Records #2)

Tra le poche ma interessanti uscite discografiche della Neon Records ci furono anche gli Spring, da Leicester. Il loro unico album uscito nel 1971 si segnala per romantico progressive caratterizzato dal suono del mellotron.

Semplificazioni di menti semplici

In quella remota epoca ante-Shazam capitava di ascoltare canzoni senza saperne né il titolo né l’autore. Fu così per una canzone che accompagnava uno di quei filmati prodotti per riempire gli intervalli tra un programma e l’altro e che era una miscellanea di azioni di grandi cestisti della NBA e immagini di vita quotidiana dell’America dei grattacieli e quella rurale delle piccole cittadine lungo le grandi highways.

Impiegai anni per scoprire che la canzone, scelta senza minimamente curarsi del testo, che niente c’entrava né col basket né con l’America più o meno urbanizzata, era Mandela Day, un brano che gli scozzesi Simple Minds avevano dedicato nel 1989 al leader anti-apartheid sudafricano.

Oramai già in territori molto pop, il gruppo di Glasgow aveva abbandonato  le spigolosità post-punk degli esordi, verso una new wave sempre più edulcorata. E fu un vero peccato.