Effetto Kirlian

Seymon Davidevic Kirlian era un semplice elettricista autodidatta di Krasnodar, in Unione Sovietica. Per imperizia, mentre riparava un generatore, fu colpito da una scossa elettrica. Avendo visto sprigionarsi dalla sua mano un arco elettrico colorato decise di ripetere l’esperienza e di immortalarla su una lastra fotografica. Scoprì che le parti del corpo umano fotografate emanavano un’aura che assumeva, a seconda della pellicola utilizzata, colori diversi. Di quello che è noto oggi come effetto Kirlian se ne appropriarono i pranoterapeuti per propagandare le loro teorie sui flussi di energia.

Kirlian photograph è anche il pezzo che apre Mix-up il primo disco dei Cabaret Voltaire, gruppo di Sheffield, alfieri, come i concittadini Clock DVA, di un post-punk dai connotati elettronici e industriali.

Anche in Italia c’è chi si è ispirato allo strano effetto, come i Kirlian Camera, attivi con il loro synth-pop dagli anni ’80 e che sono stati la prima band italiana arruolata dalla Virgin e, in tempi recenti, il poco noto trio dei Kirlian. Originari di Treviso hanno pubblicato l’interessante album strumentale A.U.R.A.L. nel 2015.

 

Tintinnabuli

Non sarebbe stato difficile per gli apostoli aver vissuto nell’Unione Sovietica. Lì ci sono persone meravigliose come loro

Il 1977 è l’anno del punk. Johnny Rotten canta ‘Io sono l’anticristo’.  L’Estonia invece è ancora una delle quindici repubbliche dell’URSS. Arvo Pärt, dopo sette anni di silenzio, stanco della dodecafonia e della musica atonale, ricomincia a comporre. Riparte dalla musica sacra. La scompone, la semplifica. Ricerca una continua riduzione ai minimi termini. Ne uscirà Tabula Rasa. Un’opera di una sacralità tutta umana, fatta di boschi e montagne affacciate sul mare nell’ora del tramonto.

Ho incontrato la musica di Arvo Pärt per puro caso, parecchi anni fa. Fu amore all’istante per una musica impalpabile come un soffio ma capace di travolgere l’anima. Anche di un essere musicalmente incolto come il sottoscritto. Facile entusiasmarsi per il ritornello punk. Per i due-accordi-due e le quattro parole vomitate addosso al pubblico. È musica che si ascolta con la pancia, buona per mettere in subbuglio le viscere ma ancora troppo in basso per raggiungere mente e cuore.

 Nato nel 1935 a Paide, un minuscolo paesino della piccola repubblica baltica, comincia a suonare gli strumenti che aveva in casa e che la seconda guerra mondiale aveva dimenticato di prendere: il pianoforte, l’oboe, le percussioni. Dal 1958 comincia a comporre le prime opere seguendo le prime avanguardie del novecento: serialità, atonalità, dodecafonia. Comincia ad avere molti attestati di stima di qua e di là della cortina di ferro. Poi il lungo silenzio che lo porterà alla creazione dei tintinnabuli.

 “I tintinnabuli sono una zona in cui a volte vago quando sto cercando delle risposte -sulla mia vita, sulla mia musica, sul mio lavoro. Nelle mie ore buie, ho la certa sensazione che ogni cosa al di fuori di questa unica cosa non ha significato. La complessità e la multisfaccettatura mi confondono solamente, e devo ricercare l’unità. Ma cos’è questa unica cosa? E come posso trovare la mia strada verso di essa? Tracce di questa cosa perfetta appaiono in molte sembianze – ed ogni cosa che non è importante scivola via. Tintinnabuli è così. Eccomi solo col silenzio. Ho scoperto che è abbastanza quando anche una sola nota è magnificamente suonata. Questa unica nota, o un battito calmo, o un momento di silenzio, mi confortano. Lavoro con pochissimi elementi – una voce, due voci. Costruisco con i materiali più primitivi – con l’accordo perfetto, con una specifica tonalità. Tre note di un accordo sono come campane ed è perciò che chiamo questo tintinnabuli“.

 Il Cantus in memoriam Benjamin Britten è il primo risultato di questo nuovo modo di procedere cui seguiranno i due magnifici movimenti di Tabula Rasa, Ludus e Silentium, e poi negli anni dopo l’abbandono forzato dell’Unione Sovietica, dove la musica del grande compositore estone diviene motivo di ostracismo ed ostilità, altre grandi composizioni come Fratres, Spiegel im Spiegel, Festina Lente, Für Alina fino alle composizioni di musica sacra, genere quasi dimenticato per i musicisti dell’ultimo secolo.

 Una musica ottima per difendersi dal rumore che sovrasta quotidianamente ogni azione e che si amplifica nel formicaio impazzito degli ultimi giorni dell’anno.

La precarietà è un cuneo nelle ossa (Dischi da Ultima Spiaggia #2)

“Quanto dura il mio minuto se devo fare settantacinque secondi in sessanta?”
La Rapsodia meccanica del calabrese Francesco Currà, operaio dell’Ansaldo di Genova, vede la luce nel dicembre del ’76 ovvero prima ancora che i Throbbing Gristle diffondessero il verbo della musica industriale (che in realtà era già stata inventata dai futuristi, dagli intonarumori di Luigi Russolo fino alla ‘Sinfonia delle sirene’, una composizione per masse di lavoratori, cannoni, idroplani e tutte le sirene delle fabbriche della città di Baku che il russo Arseny Avraamov mise in scena 7 novembre del ’22).
Nei roventi anni di piombo Currà mette in scena tutta l’alienazione del lavoro in fabbrica e i suoi ritmi omicidi declamando i suoi testi su un sottofondo di rumori tirati fuori direttamente dai suoi macchinari durante le lunghe ore di lavoro alla fresa. Il disco viene poi completato dai patterns di Roberto Colombo che, molto prima di comporre la sigla della soap Beautiful, aveva da poco licenziato per la comune etichetta Ultima Spiaggia l’ottimo Sfogatevi bestie, disco di jazz-rock entrato a far parte della famigerata Nurse With Wound list.

La debolezza è potenza

“La debolezza è potenza, e la forza è niente. Quando l’uomo nasce è debole e duttile, quando muore è forte e rigido, così come l’albero: mentre cresce è tenero e flessibile, e quando è duro e secco, muore. Rigidità e forza sono compagne della morte, debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell’esistenza.”

Per fare un’ottima fantascienza non c’è bisogno né di robot, né di astronavi, né di macchine del tempo. Stalker, prima di diventare triste sinonimo di molestatore è uno dei capolavori di Andrej Tarkovskij. E lo stalker in questione è la guida che porta nell’inviolabile Zona due uomini, lo scritttore in crisi di ispirazione e il professore che aspira a vincere il Nobel. Entrambi sono alla ricerca della fantomatica Stanza, luogo dove possono avverarsi i desideri più intimi e segreti . E qui mi fermo onde evitare indesiderati spoiler.

Aggiungo che la colonna sonora del film, realizzato nel 1979, è del compositore sovietico Eduard Artemyev che negli anni ’60 cominciò a lavorare con i primi sintetizzatori musicando anche altre due pellicole di Tarkovskij, Solaris e Zerkalo. Ed è proprio la musica elettronica del compositore a giocare un ruolo centrale nella creazione dell’atmosfera aliena della Zona.

Tenere a mente

In questi giorni ricorre il ventottesimo anniversario delle proteste di piazza Tien An Men a Pechino.

L’immagine simbolo della protesta è quella dell’uomo che si parò davanti all’avanzata dei carrarmati. Quell’immagine fece subito il giro del mondo colpendo anche i due gruppi italiani più importanti dell’epoca, i Litfiba e i CCCP Fedeli alla Linea, entrambi reduci da due concerti tenuti in primavera in Unione Sovietica, a Mosca e a Leningrado. I fatti di Tien An Men  ispirarono due canzoni: ‘Il vento’ , il cui testo gioca sulla facilotta assonanza con il dialettale ‘tieni a mente’, dei Litfiba e l’omonima Tien An Men, dai ritmi etno-industrial,  per il gruppo reggiano. Sono passati ventotto anni e ancora nessuno conosce l’identità dell’uomo che si oppose all’avanzata dei carrarmati né quale sia stato il destino suo e di tanti altri giovani che manifestarono contro il reticente governo cinese che contabilizza in solo (si fa per dire) 319 le vite spezzate durante gli scontri ma che si teme siano state molte di più.